|
L'ARTIGIANATO ARTISTICO DEL FERRO BATTUTO:
IERI, OGGI
Il ferro è comparso nell’epoca preistorica
soltanto dopo il bronzo. Il suo utilizzo è stato tardivo perché lavorare
il ferro è sempre stato più difficile che lavorare altri metalli.
Quando l'uomo ha scoperto questo materiale, ed anche il modo per
servirsene, il mondo è andato avanti. In Italia sono stati gli Etruschi
a vantare i primi maestri della lavorazione del ferro e questo anche in
relazione alle ricche miniere dell’isola d'Elba. La raffinata civiltà
etrusca ci ha lasciato opere pregevoli. La produzione del ferro veniva
in gran parte utilizzata per scopi di guerra; ma si arrivò anche a
produrre e diffondere i primi arnesi per lavorare la terra, la pietra,
il legno e utensili domestici, fino a creare straordinari gioielli.
In Italia dopo
l’antica e meravigliosa parentesi etrusca, la lavorazione del ferro subì
una lunga pausa.
Nel Medioevo nascono le botteghe
artigiane ed il fabbro è tra i primi ad esercitare la professione e
produrre, tra l’altro, oggetti forniti di ornamenti in
ferro.
L'Arte
del Rinascimento ha gagliardamente influenzato l’artigianato fabbrile.
Quando era di consuetudine la franca collaborazione fra architetti ed
artigiani, si lasciava mano libera ai fabbri più ingegnosi ed il
risultato del lavoro fatto insieme offre tutt'ora opere di mirabile
bellezza artigiana. La maestria si può raggiungere mediante l'abilità
tecnica, la diligenza esecutiva con l'aiuto della spontaneità. Infatti i
maestri della lavorazione artistica del ferro, vincolati
all’architettura, furono tra i primi a liberarsi della soggezione
stilistica che imponeva la stanchevole ripetizione delle solite forme.
Un fabbro padrone del
mestiere e dotato di senso artistico non si accontenterà di essere un
perfetto esecutore-imitatore, in quanto persuaso che il lavoro più degno
è quello ispirato dalla propria genialità. L'artigiano più capace
preferisce rinunciare ad un lavoro sicuro e rischiare In prima persona.
Si dà per scontato che
i fabbri siano dei costanti custodi della tradizione: tuttavia malgrado
le immutabili difficoltà che presenta la materia di trasformare e pur
sapendo che non si arriva di colpo al risultato, essi sono anche sempre
ed egregiamente riusciti ad adeguarsi a ciò che di nuovo il loro tempo
richiede.
Sarebbe assurdo
pretendere di far dimenticare ad un tratto tutte le preziose eredità dei
secoli passati.
Il fabbro
tendenzialmente intraprendente deve continuamente confrontarsi con le
moderne possibilità tecniche ed escogitare, secondo la sua indole, il
metodo che regoli la produzione nella materia più giusta e rispondente
allo scopo. Ignorare ciò che la tecnica moderna ci offre e rifiutare gli
arnesi che facilitano il lavoro, sarebbe un non senso a tutto danno
dell'indispensabile evoluzione a cui deve tendere il nostro mestiere.
Rimane sempre valida
l’opinione che solo quando un artigiano sa utilizzare con sicura
capacità i mezzi oggi disponibili, se dotato di sensibilità al bello,
potrà incominciare ad esprimersi con ideazioni proprie, basate su
prudenti e accertate convinzioni, perché è solo così che può nascere
anche l'opera d'arte. L'alta qualità del ferro battuto contemporaneo
consiste quasi esclusivamente in quelle gustose martellate in più, che
in definitiva sono il momento della geniale abilità di sapersi
uniformare al lavoro, pur risalendo alle origini. Passato e presente
coesistono senza turbarsi e seguitano a creare nuovi modelli.
Le caratteristiche
essenziali per riconoscere e dire artistico un lavoro in ferro,
incominciano dalla ragionata ideazione seguita da una ben definita e
scrupolosa esecuzione.
L'attenzione
dell'osservatore, oltre che al piacevole richiamo della bella apparenza,
deve convergere sulle forme e armonia della composizione, nel rispetto
della materia. Nel mondo artigianale la dedizione al proprio lavoro
esiste realmente solo quando il mestiere che si esercita è adatto al
proprio temperamento e alle proprie abitudini. In altre parole occorre
che il lavoro riesca di piena e completa soddisfazione; ragione per cui
non dobbiamo dimenticare che una delle cose più importanti della vita è
la scelta del mestiere che, molto spesso invece, con incresciose
conseguenze, viene affidato al caso.
La convinzione di
molti che soltanto lo sviluppo industriale avrebbe potuto produrre
benessere e occupazione, si è dimostrata alla prova dei fatti non
corrispondente alle ottimistiche previsioni. In nessuna altra epoca si
era tanto trascurata l'importanza dell’attività artistica del ferro e
mai come ora la confusa situazione finanziaria ci fa credere che
l'artigianato fabbrile potrebbe diventare anche un prezioso contributo
all'economia. Nel tempo in cui il nostro lavoro artigianale era
apprezzato anche all'estero, esso rappresentava una buona fonte di
guadagno e ci inorgogliva, perché esportavamo civiltà. Ci vuole più
spirito di sacrificio e forza morale, ad esercitare giorno dopo giorno
questo mestiere che, oltre ad essere faticoso, è anche incompreso nel
suo giusto valore. Infatti, per alcuni osservatori, gli artigiani della
forgia sono "gli ultimi poeti del lavoro".
Quando prima della
macchina contava l'abilità delle mani, la produzione artigianale era una
realtà, non solo economica, ma fondamentalmente umana. Oggi se nelle
botteghe talvolta si lavora malvolentieri, la colpa non è degli
artigiani. I bravi fabbri esistono ancora, ma occorre dar loro speranza
sicura, o meglio dire, oltre al piacere di un lavoro che soddisfi,
necessita l'incitamento completo a perseverare. Salvaguardare un
inestimabile patrimonio e rivalutare questo artigianato di qualità è
anche un dovere culturale .
Si insiste nel dire
che gran parte dei problemi che angustiano gli artigiani, sono dovuti
alla crisi della professionalità, e che la tendenza a rendere tutto
uguale, e fatto in serie, ha causato indifferenza e il tanto nefasto
disinteresse causa della perdita dell'apprezzamento per il vero ferro
battuto; questo però è in gran parte originato dalla smania delle novità
che prospetta l’industria, in contraccambio ai prodotti che escono dalla
bottega. Per conseguenza vediamo che il vero ferro battuto, non è più
abbastanza apprezzato dalle masse. Tuttavia e benché alcune verità
siano state di proposito messe in chiaro dal lato più brutto, siamo
fermamente persuasi che esistono le condizioni per restituire al ferro
battuto la migliore qualificazione che gli compete.
LA TRADIZIONE DEL FERRO BATTUTO IN
CASENTINO
Il Casentino si rivela nei secoli un
centro di notevole importanza per la lavorazione del ferro. In questa
valle non solo operarono fabbri illustri, come Mastro Adamo da Romena,
che, per la sua riconosciuta abilità nel forgiare e cesellare armi e
corazze, fu indotto dai Conti Guidi a falsificare il "fiorino" d'oro di
Firenze, ma vi si estrassero fin dall'antichità minerali ferrosi, tanto
che, nelle sue primitive ferriere, si riusciva anche ad ottenere del
ferro, pur se grezzo ed impuro. Notizie di tali attività ci vengono da
Carda, da Ortignano, dove erano attive piccole cave di minerali di ferro
che, fuso in pani, veniva venduto sui mercati di Bibbiena e perfino di
Arezzo, dove arrivava "il ferro grosso di Casentino” sovente
riesportato a Città di Castello, o il "ferro di Carda ", o altri tipi
provenienti da Ortignano come si apprende dai libri dei Conti di Simo
d'Ubertino o di Lazzaro Bracci, conservati nell'archivio della
Fraternita dei Laici di Arezzo.
Da un "memoriale" ivi
conservato e appartenuto a Giovanni di Antonio di Ser Zaglia, anche lui
mercante aretino, come gli altri due precedentemente rammentati, si
vengono a conoscere i nomi di valenti fabbri che operano in Casentino,
come "Paulo di Nanni da Raggialo,maestro di ferro alla fabbrica di
Pontenano" in altre parti chiamato anche "fabbro alla fabbrica grossa di
Pontenano", oppure "Matteo di Donato dal Borgo alla Collina (che) stava
al Ponte alla fabbrica grossa di ferro di Monteaguto (o Monteagutello),
tutti lavoranti in fabbriche dove non si producevano attrezzi finiti ma
si sbozzava, con mastodontici magli a acqua, la materia prima che poi
veniva venduta agli artigiani di tutta la vallata oltre che nei mercati
citati. Naturalmente le necessità dei tempi antichi portavano a produrre
eminentemente attrezzi per l'agricoltura ed oggetti per uso domestico,
ma il maggior lustro andava a quei fabbri che erano particolarmente
abili nel produrre armature e armi bianche; il menzionato Giovanni
d'Antonio di Ser Zaglia ci ha lasciato anche i nomi di alcuni "spadai”
casentinesi a cui forniva la materia prima. Tra questi si ricordano
Niccolò di Jacopo, Nanni di Jacopo, Silvestro di Francesco e la Società,
allora detta Compagnia, di Nanni di Nanni, tutti artigiani che hanno
contribuito, insieme ai tanti altri sconosciuti, a rendere famosa questa
tipica attività della Vallata casentinese.
Nell'
Archivio di Stato di Firenze si trovano due volumetti cartacei sui quali
Buono, Deo e Giovanni da Traccorte della Contea di Porciano, del Popolo
di San Lorenzo, fabbri casentinesi vissuti nel secolo XV, avevano
registrato tutti i lavori eseguiti ed i nomi dei debitori della loro
"bottega " per gli anni che andarono dal 1458 al 1497. Questi libri dei
conti appartengono al "fondo Santa Maria Nuova " e furono scoperti pochi
anni fa da Mirella Levi d'Ancona. Deo, Buono e Giovanni,
rispettivamente nonno, babbo e nipote, fabbri allora famosi, ebbero
appunto bottega in Traccorte di Porciano, Borgo dove si ammira tutt'oggi
un bel bassorilievo in pietra serena, scolpito su un portale e
rappresentante l'arma dell’Arte Fabbrile, datato 1567.
La bottega di questi
fabbri serviva allora una zona piuttosto vasta. Come risulta dai loro
scritti comprendeva la comunità di Poppi, di Pratovecchio e della
sottostante Stia; i lavori eseguiti consistevano in gran parte nella
produzione di attrezzi per l’ agricoltura e nella riparazione di quelli
consumati o deteriorati dall' uso, ma erano anche abili forgiatori di
suppellettili e di articoli domestici per i terrazzani della contea.
A differenza di
Niccolò Grosso detto il "Caparra”, il più noto fabbro fiorentino di quei
tempi, (vedi i mirabili "ferri all’ esterno del Palazzo Strozzi) che per
insegna della sua bottega aveva forgiato libri in fiamme a significare
che per nessun motivo lavorava a credito, anzi pretendeva come
anticipazione sull'ordinato, la "caparra”, i fabbri porcianini tenevano
una regolare amministrazione da cui si può dedurre che portavano anche
pazienza nell’ attendere i pagamenti dei ritardatari; forse gravavano i
crediti d’usura, chissà!
E così accomunando a
questi, di cui abbiamo dato notizia, tutti gli altri battiferro che nei
secoli hanno operato in Casentino, si può ricomporre un’immagine
attendibile di quanto fosse diffusa in questa Vallata l’Arte Fabbrile
che, insieme all’ Arte della Lana e a quella del Legno, dette per secoli
di che vivere a buona parte degli abitanti dei Borghi di questa prima
Valle dell'Arno.
Tratto da “Il fabbro e l’architetto”
di P.Della Bordella, Salvatore Frigerio, Paolo
Volpi |