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72 ORE DI ORDINARIA FOLLIA A STIA:

UN CARNEVALE FRA STRAPAESE E “ GENIUS LOCI”


L’eccessiva consapevolezza sta uccidendo il mondo, almeno quello cosiddetto evoluto, la consapevolezza del proprio io, delle sue problematiche più complesse e articolate; riflessioni globali sul “tertio millennio adveniente” e rilettura filologica di un passato che ci ha originati ma spesso non ci appartiene più.

Un atteggiamento moderno, non c’è dubbio, ma che determina rassicuranti sovrastrutture, convinzioni spesso anacronistiche e un saccente snobismo di massa (poi ci sarebbe anche un’altra parte del mondo che muore di fame, ma questa è un’altra  storia …). Dicevamo, quasi una nevrosi collettiva, quella della civiltà consumistica, all’insegna non del vivere, ma del guardarsi vivere, come farebbe un entomologo con i suoi insetti ponendosi allo zenith del caldo erbario in vetro e incombendo sul oro habitat arcaico.

Per fortuna ogni tanto qualcosa sfugge alla “decodifica” o al progetto socio culturale dell’esperto di turno e per un’alchimia a noi ignota prende corpo esplodendo con spontaneità ed entusiasmo. Tutta questa perifrasi per arrivare al dunque visto che l’uomo è della dimensione  di ciò che vede, noi oggi vogliamo parlare di un microcosmo casentinese e del suo antico Carnevale:Stia.

Una festa della vita vera o meglio dell’esatto contrario, apoteosi del paradosso e della sua magica, lineare semplicità.

Ma, soprattutto del puro godimento.

Per chi vive in Casentino è scontato che a Stia ci si sappia divertire, ma non sono scontate le motivazioni di tutto ciò (e allora decodifichiamo pure noi…).

Sarà forse che la cittadina più vicina alle sorgenti dell’Arno ha sempre avuto contatti molto forti con Firenze, con la città (anche la Diocesi non è quella di Arezzo ma di Fiesole), oppure che Stia ha subito un processo di industrializzazione molto prima  di tutti gli altri borghi casentinesi (il famoso Lanificio,con tutto il suo indotto,aveva oltre 700 operai già a fine ‘800) e conseguentemente uno sviluppo sociale e politico di tutto rispetto.

Il concetto,quindi, di una ricchezza acquisita in epoca “non sospetta”, del sacro diritto al tempo libero (diremmo oggi liberato) e il senso, forte e insopprimibile, di appartenenza al gruppo, al paese (elemento di campanilismo).

Ma torniamo al Carnevale:due domeniche di sfilate nella splendida piazza Tanucci, simbolo lapideo di una possente civiltà appenninica (addirittura una piazza in discesa!).

Ecco i carri allegorici ed i gruppi in gara, frenetica cosmogonia di colore, fantasia, musica, amicizia e sana competizione: e chiunque può vincere la Maschera d’Oro, perché l’unica cosa sacra–comprensiva di assistenza legale - è la giuria.

Quindi i veglioni in teatro, la domenica sera ed il martedì grasso.

E ancora, dopo il pranzo sociale del lunedì, il rito primitivo della “rotolata” in piazza, giù dalla Pace, ove il budello di strada dilagante dalla Falterona s’allarga a formare il salotto buono di questa piccola capitale pedemontana,citata da Dino Campana nei “Canti Orfici”.

Con la “Rotolata” il Carnevale tocca il parossismo: nell’occasione, non esiste più diversità: fra organizzatori e fruitori, ricchi e poveri, belli e brutti, in una perfetta identità di ruoli.

Tutto il paese – placata la fame ma soprattutto  la sete, nel pranzo “orgiastico” al teatro – si riversa con la giacca rovesciata per le strade di Stia, guidato dall’ineffabile Gigi del Forno (l’ottuagenario filosofo naturale capo carismatico della festa) e scortato dalla banda raggiunger la vetta della piazza, dopo aver bloccato il traffico e persino un pò  il tempo. Poi giù tutti, ma proprio tutti, sindaco compreso, rotolando sino in fondo.

Un vero e proprio baccanale, spontaneo, mai becero, sempre in tono col carattere dei paesani.

Un rito liberatorio,così che non occorre cercare un pericoloso tuffo ad Acapulco o farsi una settimana bianca (in sala gessi,magari) per resettarsi e sfogarsi   completamente.

Così è da sempre, e la Società del Carnevale - nonostante l’abnegazione organizzativa richiesta, le debolezze umane, i dissapori, il tempo che passa inesorabile – è viva e vegeta  come non mai. Per non parlare della Pro-loco: dinamica, attenta, elemento fortemente unificante del paese.

Insomma, Stia è un mondo perfetto? Certo che no, ma dei problemi non vogliamo parlare.

Consideriamo Stia luogo ludico per eccellenza, espressione di un “genius loci” a volte arguto, altre beffardo, spesso intelligente (che sia in occasione della Biennale del ferro Battuto o per la serata di Ferragosto, che si apra il Chiodo Fisso o gli Stand della Castagnata noi, se possibile, cercheremo sempre di esserci.

Domani, poi è un atro giorno.

Francesco Maria Rossi

 

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