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L’eccessiva consapevolezza sta uccidendo il
mondo, almeno quello cosiddetto evoluto, la consapevolezza del proprio io, delle
sue problematiche più complesse e articolate; riflessioni globali sul “tertio
millennio adveniente” e rilettura filologica di un passato che ci ha originati
ma spesso non ci appartiene più.
Un atteggiamento moderno, non c’è
dubbio, ma che determina rassicuranti sovrastrutture, convinzioni spesso
anacronistiche e un saccente snobismo di massa (poi ci sarebbe anche un’altra
parte del mondo che muore di fame, ma questa è un’altra storia …). Dicevamo, quasi una nevrosi
collettiva, quella della civiltà consumistica, all’insegna non del vivere, ma
del guardarsi vivere, come farebbe un entomologo con i suoi insetti ponendosi
allo zenith del caldo erbario in vetro e incombendo sul oro habitat arcaico.
Per fortuna ogni tanto qualcosa sfugge
alla “decodifica” o al progetto socio culturale dell’esperto di turno e per
un’alchimia a noi ignota prende corpo esplodendo con spontaneità ed entusiasmo. Tutta questa perifrasi per arrivare al dunque visto che l’uomo è della
dimensione di ciò che vede, noi oggi vogliamo parlare di un microcosmo casentinese e del suo antico Carnevale:Stia.
Una festa della vita vera o
meglio dell’esatto contrario, apoteosi del paradosso e della sua magica, lineare
semplicità.
Ma, soprattutto del puro godimento.
Per chi vive in Casentino è
scontato che a Stia ci si sappia divertire, ma non sono scontate le motivazioni
di tutto ciò (e allora decodifichiamo pure noi…).
Sarà forse che la cittadina
più vicina alle sorgenti dell’Arno ha sempre avuto contatti molto forti con
Firenze, con la città (anche la Diocesi non è quella di Arezzo ma di Fiesole),
oppure che Stia ha subito un processo di industrializzazione molto prima
di tutti gli altri borghi casentinesi (il famoso Lanificio,con tutto il suo
indotto,aveva oltre 700 operai già a fine ‘800) e conseguentemente uno sviluppo
sociale e politico di tutto rispetto.
Il concetto,quindi, di una
ricchezza acquisita in epoca “non sospetta”, del sacro diritto al tempo libero
(diremmo oggi liberato) e il senso, forte e insopprimibile, di appartenenza al
gruppo, al paese (elemento di campanilismo).
Ma torniamo al Carnevale:due domeniche di
sfilate nella splendida piazza Tanucci, simbolo lapideo di una possente civiltà
appenninica (addirittura una piazza in discesa!).
Ecco i carri allegorici ed i gruppi in
gara, frenetica cosmogonia di colore, fantasia, musica, amicizia e sana
competizione: e chiunque può vincere la Maschera d’Oro, perché l’unica cosa
sacra–comprensiva di assistenza legale - è la giuria.
Quindi i veglioni in teatro, la domenica
sera ed il martedì grasso.
E ancora, dopo il pranzo sociale
del lunedì, il rito primitivo della “rotolata” in piazza, giù dalla Pace, ove il
budello di strada dilagante dalla Falterona s’allarga a formare il salotto buono
di questa piccola capitale pedemontana,citata da Dino Campana nei “Canti
Orfici”.
Con la “Rotolata” il Carnevale tocca il parossismo: nell’occasione, non
esiste più diversità: fra organizzatori e fruitori, ricchi e poveri, belli e
brutti, in una perfetta identità di ruoli.
Tutto il paese – placata la fame ma
soprattutto la sete, nel pranzo “orgiastico” al teatro – si riversa con la
giacca rovesciata per le strade di Stia, guidato dall’ineffabile Gigi del Forno (l’ottuagenario
filosofo naturale capo carismatico della festa) e scortato dalla banda
raggiunger la vetta della piazza, dopo aver bloccato il traffico e persino un pò
il tempo. Poi giù tutti, ma proprio tutti, sindaco compreso, rotolando sino in
fondo.
Un vero e proprio baccanale, spontaneo, mai becero, sempre in tono
col carattere dei paesani.
Un rito liberatorio,così che non occorre cercare un
pericoloso tuffo ad Acapulco o farsi una settimana bianca (in sala gessi,magari)
per resettarsi e sfogarsi completamente.
Così è da sempre, e la Società del Carnevale
- nonostante l’abnegazione organizzativa richiesta, le debolezze umane,
i dissapori, il tempo che passa inesorabile – è viva e vegeta come non
mai. Per non parlare della Pro-loco: dinamica, attenta, elemento fortemente
unificante del paese.
Insomma, Stia è un mondo perfetto? Certo
che no, ma dei problemi non vogliamo parlare.
Consideriamo Stia luogo ludico per
eccellenza, espressione di un “genius loci” a volte arguto, altre beffardo,
spesso intelligente (che sia in occasione della Biennale del ferro Battuto o per
la serata di Ferragosto, che si apra il Chiodo Fisso o gli Stand della
Castagnata noi, se possibile, cercheremo sempre di esserci.
Domani, poi è un atro giorno.
Francesco Maria Rossi
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