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IL LAGO DEGLI IDOLI

Situato a sud della cima del Monte Falterona e a poche centinaia di metri dalla sorgente Capo d’Arno, il Lago degli Idoli  è il più importante sito archeologico casentinese, in cui è stata raccolta una delle più cospicue testimonianze del culto del mondo etrusco. Nel maggio 1838, in seguito al ritrovamento fortuito sulle rive del lago di una statuetta in bronzo raffigurante Ercole, prendeva avvio a Stia la formazione di una Società di amatori locali con lo scopo di effettuare ulteriori ricerche. Gli scavi portarono al prosciugamento dello specchio d’acqua e al ritrovamento di una delle più ricche stipi votive del mondo etrusco, che fece assumere al sito la denominazione di Lago degli Idoli. Furono recuperati infatti oltre 600 bronzetti, alcuni dei quali sono conservati al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi.

 

Per informazioni: Gruppo Archeologico Casentinese (G.A.C).  www.casentinoarcheologia.org  

 

 

Un bacino “anomalo” frequentato da devoti

sul crinale del Monte Falterona

 

C'era  una volta un lago; o meglio, uno specchio d’acqua di circa cinquanta metri per venti.  Era un’epoca, circa tremila anni fa, nella quale per una fonte d'acqua permanente non era difficile far carriera: tutte erano abitate da qualche divinità.

L'acqua pura era comunque degna di rispetto, i luoghi erano sempre suggestivi, la frequentazione li caricava di memoria e di storia. Il laghetto di cui stiamo parlando, detto "degli idoli" dopo i ritrovamenti del secolo scorso, si trova sul monte Falterona, dove oggi si riconosce la sorgente dell’Arno.

Il  culto di cui fu oggetto comportava che i devoti gettassero nelle acque delle statuette di bronzo e queste si accumularono in grande numero. Col passare del tempo gli dèi diventarono più disattenti e  i fedeli si disaffezionarono, il culto si estinse e venne dimenticato. Venne svuotato per lo scavo.

Molti secoli più tardi, nel 1838, una pastorella condusse le pecore  intorno allo stagno e ritrovò una statuetta di bronzo.

A questo primo ritrovamento segui un’intensa campagna di scavi. Lo stagno fu  prosciugato aprendo uno scarico  alle acque.

Il terreno venne sconvolto, senza alcuna attenzione per i reperti considerati minori e tanto meno per gli strati. Furono così recuperate seicento statuette, oltre a circa mille pezzi di rame e di bronzo, duemila frammenti svariati. Il materiale rimase per breve tempo in mano ai proprietari del terreno che avevano operato gli scavi. Questi offrirono poi la collezione alle competenti autorità del Granducato di Toscana, che non essendo interessate all’acquisto,ne autorizzarono la vendita sul mercato antiquario.

Fu così che, nel 1840, l'intera collezione andò dispersa per pochi soldi. Solo alcuni degli esemplari più interessanti vennero riprodotti nelle tavole di una pubblicazione a cura di Giuseppe Micali (Monumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, Galileiana, Firenze 1844): vi si riconoscono alcuni pezzi che oggi sono conservati al British Museum, al Louvre, a Baltimora, insieme ad altri di cui si sono perse le tracce, come di tutte le centinaia di cui non rimane neanche un disegno. Sono miseri resti che fanno capire quanto fosse importante l'intero deposito.

 

OFFERTE VOTIVE: UN USO CHE VIENE DA LONTANO

 

foto idoliDai tempi del primo ritrovamento il sito ha continuato a essere battuto dai cercatori (ancora oggi qualcuno si dà da fare col metal detector). Gli ultimi ritrovamenti consegnati alla Soprintendenza Archeologica della Toscana risalgono al 1971. Ne seguì un intervento scientifico, l’unico di tutta la storia: un saggio di scavo, effettuato nel 1972. I numi disturbati manifestarono la loro insofferenza con una pioggia insistente, nonostante fosse pieno agosto.  Nonostante le avversità e le dimensioni limitate dell'intervento,lo scavo portò alla luce un gran numero di frammenti, fra cui, i resti, molto consunti di alcune statuette:reperti trascurati dai cercatori, ma utili alla statistica e alla caratterizzazione del sito. 

I bronzetti sono riconoscibili, come offerte votive, appartenenti a una produzione databile  in epoca etrusco-romana, fra VI e IV sec. a.C. La natura del culto non può  essere accertata in dettaglio, ma non appare dissimile dal ricorrente culto delle fonti e delle acque, praticato fin dai tempi più antichi in aree e da popolazioni diverse: un contesto italico ed europeo ampiamente documentato. Del resto chi abbia visitato qualche santuario cattolico dei nostri tempi avrà notato i numerosi ex voto costituiti da riproduzioni degli organi guariti miracolosamente, soprattutto cuori, gambe e pance di donne gravide, realizzati in lamina di argento. Le stesse forme si trovano fra gli ex voto del Lago degli Idoli. Cambia il materiale: bronzo per i devoti alle fonti nell'Italia antica, argento per i fedeli moderni.

 

LA DOVE NASCE L'ARNO

 

Verrebbe da pensare che il laghetto del Falterona fosse stato identificato come sorgente dell'Arno,quindi sede di una sacralità appropriata. Le sorgenti del fiumi sono convenzionali: c'è un bacino imbrifero, le cui acque finiscono nel corso principale attraverso mille rivoli. In quale zona si deve collocare la sorgente del fiume è una questione di simmetria; quale rivolo debba essere identificato come sorgente ufficiale, è una questione di gusti.

Nel caso dell' Arno la sorgente riconosciuta ai giorni nostri si trova a meno di un chilometro di distanza dal Lago degli Idoli. L'una e l'altro appartengono a un sistema di affioramenti, che confluiscono nello stesso torrente e che scaturiscono dallo stesso strato.

Si equivalgono tutti, ciascuno è un possibile candidato. Invece proprio il nostro laghetto, ormai prosciugato, potrebbe fare eccezione. È possibile che non avesse un emissario, nel qual caso non sarebbe stato qualificato come sorgente di alcunché. La morfologia del sito appare assai singolare. La raccolta d'acqua si trovava dove meno ci si poteva aspettare: non in un fondovalle, in una convergenza di declivi, ma nel pendio, proprio nel punto in cui, discendendo dalla cima, la pendenza si accentua. Il lago era "pensile": un'urna d'acqua sospesa sull'orlo di un burrone come un nido di rondine. Abbiamo già detto dell'intervento artificiale per rompere l'argine naturale e far defluire le acque, al tempo degli scavi ottocenteschi.

 

ECOSISTEMA CON VALENZA ARCHEOLOGICAfoto idoli

 

In effetti il Falterona (1654 m) è un sistema altamente instabile, che si evolve per frana. Alcuni ne hanno avuto effetti catastrofici:Castagno d' Andrea, un paese qualche chilometro più a nord del nostro lago, fu completamente distrutto il 15 maggio 1335.

Altre frane sono ricordate nel 1560 e nel 1641. Recente è quella del 1992 che inghiottì l'intero caseggiato di Serelli. Le pendici della montagna hanno un assetto che è il risultato  di movimenti recenti; tutti i corsi d'acqua hanno un trasporto solido considerevole. Con un'eccezione:il Lago degli Idoli e il suo intorno, un'oasi di stabilità, intatta, da millenni, con un apporto solido minimo.

In ogni altra parte del Falterona, un bacino avrebbe avuto vita breve: si formano per effetto di una frana ma vengono rapidamente riempiti, o si svuotano per il cedimento dell'argine. Tali particolari condizioni hanno fatto sì che i segni del culto che si svolse sulle  sponde del lago siano rimasti intatti fino al secolo scorso. Solo per essere devastati e cancellati dai cercatori di tesori. Può darsi che gli antichi avessero percepito la singolarità del sito pur non essendo in grado di decifrarla fino in fondo, e per questo gli avessero assegnato un ruolo magico e sacro. Di gran parte dei reperti si sono perse le tracce.

Non erano oggetti tali da colpire la fantasia! Verosimilmente essi sono dispersi nei depositi di musei e in collezioni private, mimetizzati in mezzo a bronzetti coevi, non classificati o mal classificati, ormai difficilmente identificabili.

Intorno a questa raccolta perduta si sta riaccendendo l'interesse e ciò potrebbe contribuire a ritrovarla almeno in parte. Qualche studioso dotato di “occhio clinico” potrebbe individuare i possibili candidati, e poi verificare  negli archivi quale memoria rimanga della loro acquisizione.

Dopotutto, i magazzini dei musei sono una delle principali fonti di "nuove" scoperte.

 

Pierlorenzo Tasselli

Collaboratore Istituto di Antropologia - Università di Firenze

TRATTO DA ARCHEOLOGIA VIVA n° 72 novembre-dicembre 1998

 

 

 

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